Nel cuore dell'agosto 2025, mentre la calura estiva sospende le capitali del mondo in un'attesa quasi metafisica, il mondo dell'arte non va in vacanza. Al contrario, sembra vivere uno dei suoi momenti di più intensa e febbrile autoanalisi. Le grandi biennali si sono concluse, le fiere autunnali si profilano all'orizzonte, e in questo interludio emerge con chiarezza il ritratto di un'arte contemporanea che ha smesso di cercare risposte facili, per abbracciare invece la complessità di domande scomode. L'epoca delle tendenze nette e delle correnti dominanti appare un ricordo lontano; oggi assistiamo a una frammentazione radicale, a una polifonia di linguaggi che coesistono in una tensione tanto conflittuale quanto produttiva. L'arte, in questo scorcio di decennio, sembra interrogarsi sulla propria stessa essenza, sul suo ruolo in un mondo segnato da crisi climatiche, rivoluzioni digitali e una profonda rinegoziazione delle identità collettive e individuali.
La conversazione più visibile e, per certi versi, più divisiva, continua a essere quella con l'intelligenza artificiale. Tuttavia, se gli anni precedenti erano caratterizzati da uno stupore quasi adolescenziale per le capacità generative delle macchine, l'agosto del 2025 mostra una maturità critica decisamente superiore. Gli artisti più significativi non usano più l'IA come una semplice stampella estetica per produrre immagini accattivanti, ma la impiegano come uno strumento concettuale per scardinare i sistemi di potere che essa stessa replica. L'operazione non è più generare, ma interrogare. Le opere più potenti utilizzano algoritmi non per creare il "bello", ma per svelare i pregiudizi (bias) insiti nei loro vasti archivi di dati, producendo immagini "errate", incomplete, mostruose, che diventano potenti metafore delle storture della nostra società. L'artista non è più un mago che evoca immagini dal nulla digitale, ma un archeologo del codice, un filosofo che dialoga con un'intelligenza aliena per comprendere meglio la propria. Si esplorano anche le frontiere della creatività collaborativa, dove l'imprevedibilità dell'algoritmo diventa un partner attivo nel processo creativo, forzando l'artista a cedere parte del controllo e a rispondere a stimoli inaspettati, in una danza che mette in crisi il concetto romantico di genio autoriale.
Eppure, in un contrappunto quasi dialettico a questa smaterializzazione, si assiste a un ritorno prepotente e quasi viscerale alla materia. Un "neo-materialismo" che non è semplice nostalgia per l'artigianato, ma una precisa scelta politica ed esistenziale. Di fronte all'effimero del mondo digitale e all'urgenza della crisi ecologica, molti artisti riscoprono il potere tattile e la temporalità lenta dei materiali organici, riciclati e tradizionali. La ceramica, la tessitura, l'intaglio del legno e la lavorazione dei metalli non sono più confinati nell'ambito delle arti applicate, ma diventano il linguaggio primario per opere monumentali e installazioni immersive. C'è un desiderio tangibile di riconnettersi con il "fatto a mano", con l'imperfezione che testimonia il passaggio del tempo e il tocco umano. Questo interesse per la fisicità si traduce in opere che non chiedono solo di essere guardate, ma quasi di essere toccate, annusate, esperite con tutto il corpo. Grandi arazzi realizzati con plastiche recuperate dagli oceani pendono dalle pareti dei musei, sculture in argilla cruda si modificano lentamente con il variare dell'umidità, e pigmenti naturali derivati da piante e minerali sostituiscono i colori acrilici. È un'arte che parla di fragilità, di permanenza e di un'ecologia del fare, un atto di resistenza silenziosa contro la velocità e l'obsolescenza programmata del nostro tempo.
Questa duplice traiettoria, tra il virtuale e il materico, si innesta in un contesto istituzionale in piena trasformazione. I grandi musei, dal MoMA di New York al Centre Pompidou di Parigi, sono impegnati in un profondo processo di revisione critica delle proprie collezioni e della propria storia. Il dibattito sulla decolonizzazione ha superato la fase della mera inclusione di artisti non occidentali e si è spostato su questioni più strutturali: la provenienza delle opere, la narrazione storica proposta e la restituzione di manufatti contesi. Le mostre dell'agosto 2025 riflettono questo cambiamento. Le retrospettive non celebrano più acriticamente i maestri del modernismo, ma li mettono in dialogo con le figure che hanno messo in ombra, contestualizzando il loro lavoro all'interno delle dinamiche coloniali e di genere del loro tempo. Emerge una storiografia più complessa, fatta di connessioni inaspettate e di riconoscimenti tardivi, che sta riscrivendo il canone dell'arte del XX secolo. Questo si riflette anche sul mercato, che guarda con sempre maggiore interesse a centri un tempo considerati periferici. Seul, Lagos, Città del Messico e San Paolo non sono più semplici avamposti, ma epicentri di produzione artistica con un'influenza globale, capaci di dettare nuove tendenze estetiche e concettuali.
In questo scenario, la pratica artistica diventa sempre più ibrida e transdisciplinare. La distinzione netta tra pittore, scultore, videoartista o performer appare obsoleta. Gli artisti si muovono fluidamente tra i media, scegliendo il linguaggio più adatto a veicolare la propria ricerca. Un'installazione può combinare elementi scultorei, proiezioni video generate da IA, una performance dal vivo e un archivio consultabile online. L'opera d'arte non è più un oggetto singolo e finito, ma un ecosistema, un'esperienza che si dipana nel tempo e nello spazio, richiedendo allo spettatore un coinvolgimento attivo e un'apertura mentale. Si assiste a un'arte che dialoga con la scienza, con l'antropologia, con l'attivismo politico, cercando di abbattere le barriere che per secoli hanno isolato il mondo dell'arte dal resto della società.
In definitiva, l'arte dell'agosto 2025 si presenta come uno specchio infranto, che non riflette più un'immagine unitaria e rassicurante del mondo, ma ne cattura le mille sfaccettature, le contraddizioni e le tensioni. È un'arte che ha rinunciato alla pretesa di fornire risposte definitive e ha invece scelto il compito, più arduo ma più necessario, di formulare le domande giuste. Ci chiede di riflettere sul nostro rapporto con la tecnologia, sulla nostra responsabilità verso il pianeta, sulla validità delle storie che ci raccontiamo e sulla possibilità di immaginare futuri alternativi. E in questo suo essere interrogativa, a volte scomoda e spesso frammentaria, risiede la sua più profonda e insostituibile rilevanza.